Il 10 giugno scorso ho scritto questo commento sulla Questione Giustizia per il mensile Espansione. E’ molto attuale perché proprio in questi giorni è scoppiato il caso Milano che è destinato a riproporre per settimane il delicato tema del rapporto tra politica, amministrazione, magistratura.
La vicenda di Garlasco ha riportato in primo piano, e oltre la cerchia degli addetti ai lavori, il problema giustizia in Italia con tutte le sue deformazioni. La componente emotiva della piazza, l’informazione trasformata in spettacolo, l’aula mediatica più importante di quella del tribunale, la celebrazione del processo sui social, la caccia al colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio sono spunti di riflessione che da tempo offre all’opinione pubblica uno dei giornalisti più attenti al tema, Alessandro Barbano, oggi direttore del quotidiano L’Altra Voce, e in passato alla guida di Messaggero, Riformista, Mattino e autore di due libri, “L’Inganno” e “La Gogna”. In una intervista con Francesco Iacopino si ribaltano i ruoli, l’avvocato penalista fa le domande al giornalista e ne esce un quadro per nulla positivo della giustizia.
Serve un colpevole a tutti i costi e Barbano dice al Riformista:“Tutte le volte in cui un fatto di cronaca diventa il caso mediaticamente rilevante, si attiva nel sistema giudiziario una sorta di reazione autoimmune. La macchina dell’investigazione si sente chiamata a dare una risposta di efficienza alla domanda di giustizia che viene dalla piazza. Il rischio in queste vicende è di imboccare la via che porta al risultato quale che sia, al colpevole quale che sia, il primo che è possibile trasformare in un bersaglio mediatico da esporre sulla pubblica piazza per soddisfare la fame di giustizia e produrre quella catarsi che, un grande antropologo come René Girard, chiama la sindrome del capro espiatorio”. E quando si trova piovono applausi dalla piazza, oggi rappresentata dai social network e dai talk show, “aule post-moderne di una giustizia inquisitoria che trascura la presunzione di innocenza” nonostante errori giudiziari evidenti che dovrebbero invitare alla cautela. Ma non è così. La piazza vuole il sangue e “noi” le diamo il sangue, senza pensare che persone, famiglie, imprese, vengono distrutte da questo metodo.
“L’errore giudiziario dice Barbano – si produce sul terreno del giudicato e, quindi, sul terreno di quel filtro che la giustizia dovrebbe assicurare anche di fronte all’avvitamento del sistema nella logica del capro espiatorio. Dovrebbe essere in grado di disinnescarlo, di riconoscerlo, di smascherarlo e invece così non è. Qui entra il principio del ragionevole dubbio che è lo strumento straordinario che la giustizia ha per sottrarsi a questo rischio. Un patrimonio metodologico non solo del processo penale, ma è un principio fondamentale della democrazia liberale, perché è il principio che mette la democrazia nel rapporto con il limite e con la coscienza della finitezza dei suoi mezzi. Una democrazia che accetta il ragionevole dubbio accetta la sua imperfezione e, quindi, diventa – come direbbe Churchill – il migliore dei sistemi possibile, ancorché imperfetto. La democrazia che rifiuta il ragionevole dubbio si pone l’obiettivo di raggiungere la perfezione e nega se stessa”. Perché la perfezione non è della terra degli uomini e allora è più giusto praticare la cultura del dubbio e del limite.
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