“Le università telematiche non sono il far west, ma un ulteriore modello dell’istruzione legale, regolato e controllato dallo Stato, quali università private riconosciute”. Così Alfonso Celotto su Repubblica ricordando che “l’art. 33 della Costituzione già ipotizzava un sistema in cui le scuole e le università private affiancassero quelle pubbliche, con controlli e riconoscimenti. Secondo punto fermo: il sistema di istruzione italiano cammina su due gambe, pubblica e privata, in nome del pluralismo, dell’inclusione e dell’ampliamento dell’offerta, anche per dare piena attuazione al compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione anche di studenti che lavorano o che non possono raggiungere le sedi fisiche, ad esempio. Oggi il sistema universitario di istruzione risulta così composto: sessantuno università statali; sette istituti universitari a ordinamento speciale; venti università non statali legalmente riconosciute; undici università telematiche legalmente riconosciute. Chiariamo un terzo punto. L’Italia – sottolinea l’editorialista – non ha una università telematica pubblica (a differenza di Spagna e Germania), per cui sono le telematiche riconosciute a valorizzare l’istruzione digitale. Il vero nodo della discussione, quindi, non risiede tanto nella distinzione tra didattica ‘presenziale’ e didattica ‘telematica’, quanto nella qualità complessiva dell’offerta formativa, la solidità dei contenuti, la competenza del corpo docente, sotto il controllo dello Stato. Il tutto rimesso alla libera scelta degli studenti, che possono scegliere dove e quando iscriversi. Del resto, abbiamo molto bisogno di laureati, dato che l’Italia resta al terzultimo posto nella classifica europea dei laureati, superando soltanto Romania e Ungheria. Essere aprioristicamente contro le università telematiche sa di misoneismo, ossia quei tentativi un po’ impacciati di bloccare o limitare lo sviluppo delle nuove tecnologie, anche per legge. Per semplice paura del nuovo. Certo, resta un problema di fondo più ampio, perché nel mondo in evoluzione digitale sarà probabilmente necessario ripensare alcuni dei caposaldi del sistema universitario tradizionale italiano. Si tratta – conclude – di una questione ulteriore, ma comunque cruciale, non solo per rendere effettivi i diritti costituzionali all’istruzione, all’inclusione e alla partecipazione democratica, ma anche per rilanciare la competitività degli atenei”.
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