L’opinione di Claudio Di Donato pubblicata da InPiu’.
L’accordo sui dazi, o meglio la resa dell’Unione Europea, avrà un impatto rilevante sull’economia del vecchio continente ma in modo differenziato. E l’Italia sarà uno dei paesi che pagheranno il conto più salato sia per le dimensioni del giro d’affari, sia per la struttura del sistema produttivo e collocazione nelle catene globali del valore. D’altra parte, la Commissione Europea negozia sui settori (livello dei dazi ed eventuali esclusioni) e non sui singoli paesi ma il profilo tipo dell’esportatore cambia profondamente da uno Stato all’altro. Ad esempio, la Spagna realizza 350 miliardi di euro all’export, quasi la metà del Made in Italy ma l’export medio per azienda è un terzo rispetto all’Italia. Inoltre, l’export italiano si caratterizza per una spiccata presenza nella subfornitura, per cui, limitando il campo al mercato americano, ai 67 miliardi di export diretto vanno sommati circa 40 di flussi indiretti.
Non solo, l’export italiano è quello con la maggiore quota di valore aggiunto generata nella penisola. Anche se in calo nell’ultimo decennio, si attesta intorno al 76% del valore di un bene esportato, in Germania e Francia è oltre 10 punti inferiore. Significa che il sistema produttivo italiano si colloca più a monte delle filiere rispetto ad altri paesi europei. Pertanto, ogni euro di minori esportazioni si traduce in una perdita maggiore di valore aggiunto rispetto a Germania, Francia, Spagna e Olanda. Essere più a monte delle catene del valore significa anche che le nostre imprese, in particolare le PMI, saranno quelle che subiranno le maggiori pressioni per assorbire l’inasprimento delle imposte volute da Trump. Sarebbe una grave distorsione guardare soltanto la platea di aziende esportatrici (circa 112mila di cui il 90% con meno di 50 addetti) trascurando l’esercito di imprese che operano nella componentistica e nella subfornitura (automotive e moda su tutti).
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