Nicola Novelli, direttore di Nove.firenze.it, ha scritto una recensione sul libro “Le dittature serrano i cuori” (a settembre uscirà l’edizione aggiornata) pubblicata sulla Nuova Antologia: Eccola.
La storia è nota è un’espressione che non si può proprio usare. Perché in questo caso la vicenda è stata completamente dimenticata, anche nella stessa Firenze, nonostante i fatti si siano svolti esattamente 100 anni fa, nell’ottobre 1925. Se si domandasse ai fiorentini perché la città abbia intitolato alcune vie ai nomi di Giovanni Becciolini, Gustavo Console e Gaetano Pilati (a quest’ultimo anche una scuola) saremmo fortunati raccogliendo l’1% di risposte consapevoli. Eppure si tratta di una delle più sconvolgenti azioni violente durante l’ascesa del potere fascista in Italia.
A questa storia è dedicato il libro del giornalista Stefano Bisi “Le dittature serrano i cuori”, pubblicato nei mesi scorsi dalla casa editrice Betti (114 pagine per € 12,00), un volume che si focalizza sulla figura del giovane Becciolini, antifascista e massone, attivo nel gruppo della rivista Non Mollare, fondata proprio nei mesi precedenti da Carlo Rosselli. Precedenti che cosa? A quella che i testimoni ribattezzarono la “notte di San Bartolomeo”, la spaventosa rappresaglia scatenata a Firenze tra i 3 e il 4 ottobre 1925 dalle squadre fasciste su ordine del console della milizia Tullio Tamburini, in risposta all’uccisione del membro del direttorio del Fascio, Giovanni Luporini, avvenuta nella notte tra il 27 e il 28 settembre, durante un’altra spedizione punitiva nei confronti di alcuni appartenenti alla massoneria.
Per l’esattezza dal 25 settembre al 5 ottobre 1925, le squadracce fasciste fiorentine mettono in atto una “caccia all’uomo”, una delle azioni più atroci della rivoluzione di Benito Mussolini, saccheggiando abitazioni, negozi e studi professionali, aggredendo con efferatezza decine di esponenti dell’antifascismo laico, repubblicano e socialista ed provocando forse la morte più delle quattro vittime ufficiali. Tra i crimini squadristi il tentativo di rapire Napoleone Bandinelli, maestro venerabile della loggia Lucifero, dal quale i fascisti sperano di ottenere informazioni sul sodalizio toscano. Il 26enne Becciolini, impiegato delle ferrovie e segretario della stessa loggia, si precipita a difendere l’anziano vicino di casa e riesce a metterlo in salvo, mentre i fascisti cercano di trascinarlo alla Casa del Fascio. Ma è Becciolini a rimanere nelle mani dei rapitori, con l’accusa di aver provocato la morte di Giovanni Leporini, uno degli assaltatori, raggiunto da un colpo di pistola esploso durante la colluttazione che ha consentito la fuga del Bandinelli.
Il giovane condotto nella sede del fascio sul Lungarno, viene selvaggiamente torturato. Infine massacrato a colpi di pistola sui gradini dello storico mercato centrale di San Lorenzo. Morente, è abbandonato all’orrore dei passanti poco lontano, sotto la vasca delle Fonticine in via Nazionale, che ne bagnano il cadavere.
Nella stessa notte i fascisti hanno aggredito nelle loro case e ferito a morte l’ex deputato socialista e mutilato di guerra Gaetano Pilati e l’avvocato Gustavo Console, corrispondente dell’Avanti, e dato alle fiamme la villa del Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Domizio Torrigiani, nei pressi di Pistoia.
Stefano Bisi ricostruisce l’intera vicenda con stile giornalistico. Nelle pagine di “Le dittature serrano i cuori” sembra rivolgere il microfono dell’intervistatore ai testimoni sopravvissuti all’eccidio. In realtà ha recuperato le loro memorie in libri, articoli e atti giudiziari. Con il garbo e la pietà che meritano i familiari delle vittime e con la curiosità di chi riscopre una pagina dimenticata e importante della nostra storia. Non scioglie l’enigma su quanto accaduto nello studio di Napoleone Bandinelli, quando Becciolini spegne a luce per consentirgli di fuggire via dai tetti. Chi ha schiacciato il grilletto? Il giovane antifascista? O nel buio della stanza qualcuno degli stessi assalitori? Non è importante saperlo -sembra suggerire Bisi– nel complesso delle atrocità che imbrattano di cenere e sangue la culla dell’umanesimo.
Il volume del giornalista senese è però un’occasione propizia, alla vigilia del centenario dei fatti narrati, per riaccendere l’attenzione politica e la curiosità storiografica su una vicenda ancora dai contorni incredibilmente indefiniti. L’invito alla città di Firenze a celebrare degnamente un anniversario emblematico dei fondamenti della democrazia italiana, che meriterebbe il concorso di tutte le istituzioni culturali locali. C’è ancora tempo sufficiente.
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