Carlo Sorrentino ha commentato il rapporto tra comunicazione e inchieste giudiziarie sulla rivista Il Mulino.
Molti commenti relativi all’inchiesta giudiziaria sullo sviluppo urbanistico a Milano sottolineano come si rischi di confondere tre diversi piani: quello strettamente giudiziario, proprio della magistratura inquirente, chiamata a scoprire se sono stati compiuti o meno reati; quello politico, relativo all’efficacia dell’azione amministrativa del sindaco Sala e dell’attuale giunta milanese; infine, quello morale, relativo ai valori che determinano il comportamento dei vari protagonisti dell’indagine.
Quanti criticano l’operato della magistratura hanno gioco facile nel sottolineare come non sia compito del potere giudiziario decidere in merito ai valori che devono ispirare l’azione politica e, men che meno, quella di attori economici orientati al profitto. Tuttavia, inevitabilmente, ogni inchiesta giudiziaria chiama l’opinione pubblica a interrogarsi su temi etici. Piuttosto, bisogna chiedersi quali sono i motivi per cui ormai da molti anni il discorso pubblico sull’etica della politica passi quasi esclusivamente dalle aule dei tribunali e quali sono le conseguenze di quella che – non a caso – è stata definita una “supplenza morale”.
Per quanto concerne i motivi, bisogna volgere lo sguardo al progressivo indebolimento di due dei luoghi maggiormente preposti alla costruzione del discorso pubblico: la politica e il giornalismo. Il “caso Milano” di questi giorni è una conferma plastica di tale debolezza.
Bisogna chiedersi quali sono i motivi per cui da molti anni il discorso pubblico sull’etica della politica passi quasi esclusivamente dalle aule dei tribunali
I partiti sono apparsi tutti molto guardinghi. Le forze con più evidenti venature populistiche hanno alzato la voce, ma nemmeno più di tanto. La premier e i principali rappresentanti della maggioranza si sono mossi con estrema cautela, sapendo di avere problemi analoghi con le procure e, soprattutto, di essere impegnati in uno sfibrante braccio di ferro con la magistratura sulla riforma della giustizia. Ma la posizione che meglio descrive un atteggiamento se non subalterno sicuramente inerziale è quello del Pd, cioè la principale forza di maggioranza al comune di Milano, chiamata a difendere il “suo” sindaco, ma anche ad approfittarne per chiedergli un ripensamento del proprio programma di governo. I commentatori hanno subito e giustamente osservato come la maggioranza schleiniana abbia sfruttato l’evento per imporre una linea politica in sintonia con l’orientamento impresso al partito dalla segreteria. Ma non essere riusciti a far questo negli ormai due anni a guida schleiniana e dover “approfittare” di una così rilevante azione giudiziaria per imporre una diversa linea politica mostra ancor di più la debolezza del partito. Nemmeno il Pd, sicuramente il partito più strutturato sullo scenario politico italiano, ha più luoghi di discussione e di stimolo all’azione amministrativa, dove poter arrivare – come si diceva una volta – alla sintesi; pertanto, la sua azione diventa incerta nel confronto con i principali amministratori locali.
Analogamente, tranne alcune voci assolutamente minoritarie, la stampa italiana, che a Milano ha il quotidiano più venduto e più rilevante (oltre che buona parte delle testate politiche ed economiche), ha dovuto aspettare anch’essa le inchieste per sottolineare alcune contraddizioni del vorticoso sviluppo della capitale economica e morale del Paese, quali, ad esempio, le crescenti difficoltà di mantenere una capacità inclusiva, tradizionalmente svolta durante tutti gli anni della modernizzazione economica, sociale e culturale italiana.
Non si tratta chiaramente d’ignavia o incapacità dei giornalisti, quanto, piuttosto, di una debolezza strutturale. Disintermediazione, frammentazione, sovraccarico (e conseguente disordine) informativo, ma soprattutto la più grande concentrazione di risorse economiche nelle mani di 4-5 big tech, che raccolgono oltre l’80% delle risorse pubblicitarie a livello mondiale, determinano la progressiva difficoltà del giornalismo di avere il tempo e le risorse per definire i temi e i frame su cui dibattere. Si ripiega a fare da cassa di risonanza ad altri attori e altre istituzioni – fra cui il potere giudiziario – che diventano i veri imprenditori cognitivi, cioè quanti si assumono il compito di promuovere e orientare la costruzione dei processi di opinione e di dettare l’agenda del discorso pubblico, che i media si limitano a gestire e la politica spesso a seguire, preoccupata com’è di assecondare gli umori dell’opinione pubblica.
Si determina una triangolazione imperfetta fra giustizia, media e politica in cui temi, tempi e modi sono stabiliti dalla prima e amplificati dai secondi, costringendo la terza sulla difensiva.
Si determina una triangolazione imperfetta fra giustizia, media e politica in cui temi, tempi e modi sono stabiliti dalla prima e amplificati dai secondi, costringendo la terza sulla difensiva
Ma quali sono i limiti di un clima di opinione stabilito dal potere giudiziario? Innanzitutto, quello di rendere tutto più dicotomico: giusto o ingiusto, legale o illegale, corretto o scorretto, spesso banalizzando il rilievo delle sfumature, proprio della politica. Una semplificazione peraltro funzionale alle logiche dei media, anche loro tese a polarizzare. Inoltre, la giustizia ha dei tempi di produzione delle prove che non regge alla già ricordata velocizzazione informativa, con l’effetto di enfatizzare le prime fasi delle inchieste, quando maggiore spazio è riservato alla formulazione delle accuse. Ovviamente, lo squilibrio diventa ancora maggiore nell’attuale situazione italiana, caratterizzata dalla nota lentezza nel portare a termine i processi. Quando si arriva alla sentenza, l’attenzione dell’opinione pubblica è scemata e di certo non viene risollecitata da un sistema informativo chiamato a stare sulla stringente attualità. Peraltro, anche quando è possibile riscontrare ancora l’interesse dell’opinione pubblica, gli esiti processuali continuano a essere letti in chiave morale, per cui si chiede che la condanna sia esemplare, dimenticandosi che la funzione della giustizia risiede nella capacità di individuare – al di là di ogni ragionevole dubbio – le responsabilità individuali, e non di rispondere dei fini ultimi di una società.
Quindi, le promesse moralizzatrici svaniscono, con un acre effetto di delusione. Ne consegue una progressiva perdita di credibilità anche del potere giudiziario, che infatti non gode più di quel fervente favore degli anni Novanta. Cresce nel Paese un clima d’insoddisfazione per la contraddizione fra la tensione moralizzatrice, amplificata dalla piega presa dal discorso pubblico durante le prime fasi dell’attenzione mediatica, e l’inevitabile limite di ogni decisione, specialmente se d’assoluzione.
Lo scontento si traduce in crescente indignazione, che negli anni passati ha alimentato il vento populista, ma che progressivamente sembra produrre soprattutto scetticismo e disillusione, come dimostrano anche i costanti e crescenti livelli dell’astensionismo.
Come ammonisce Eva Illouz nel suo recente libro Modernità esplosiva. Il disagio della civiltà delle emozioni(Einaudi, 2025), l’ira e l’indignazione – emozioni nate in difesa della giustizia – finiscono per diventare sterile ossessione, facendo dimenticare l’oggetto iniziale e finendo per logorare quella tensione civica che dovrebbe essere l’esito principale di ogni discorso pubblico pluralistico e partecipato.
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Un commento a “Se la politica è debole la giustizia è forte”