Ecco il colore dei numeri Mps secondo Pierluigi Piccini.
Punti di forza
- Utile netto elevato e in crescita nel 2Q25: dimostra solidità operativa.
- Commissioni in aumento: segnale di diversificazione del business e meno dipendenza dal margine di interesse.
- Qualità del credito migliorata: calano le sofferenze e il costo del rischio.
- CET1 ratio al 19,6%: patrimonializzazione molto forte.
- Controllo dei costi amministrativi: buona disciplina gestionale.
- Liquidità abbondante: LCR e NSFR molto sopra i minimi regolamentari.
Critiche e segnali d’allerta
- Margine di interesse in calo (-6,7%): il core business bancario (prestiti e depositi) mostra segni di rallentamento. È un dato da monitorare soprattutto se i tassi continueranno a scendere.
- Aumento dei costi del personale (+5,3%): legato al rinnovo del contratto, ma impatta negativamente sull’efficienza.
- Utile netto in calo sul semestre (-23% circa rispetto a 1H24): segnale che il picco di redditività potrebbe essere alle spalle.
- Utili ancora sostenuti da fattori non ricorrenti: come la cessione di NPE e utili finanziari volatili.
- Scenario futuro incerto: possibile riduzione dei tassi BCE e pressione competitiva potrebbero intaccare i margini.
- Nessun cenno chiaro su strategie di lungo periodo: resta l’interrogativo su cosa succederà post-privatizzazione.
I risultati di MPS al 30 giugno 2025 restituiscono un quadro di apparente solidità: l’utile netto del secondo trimestre cresce (479 milioni di euro), il semestre si chiude con quasi 900 milioni di utile, la qualità del credito continua a migliorare, i costi sono sotto controllo e la patrimonializzazione raggiunge il 19,6% di CET1 ratio, ai massimi storici.
Ma dietro a questi numeri, che pure meritano attenzione, si aprono scenari ben più complessi.
Il margine di interesse, cuore dell’attività bancaria, registra un calo del 6,7% rispetto al primo semestre 2024, segnale evidente che la spinta fornita dai tassi elevati si va esaurendo. Il costo del personale cresce (+5,3%) per effetto dei rinnovi contrattuali, e l’utile netto semestrale – pur robusto – risulta in flessione rispetto al picco dello scorso anno. Inoltre, una parte non trascurabile della redditività è ancora sostenuta da componenti straordinarie: plusvalenze finanziarie, cessioni di crediti deteriorati, e altre poste non ricorrenti. La domanda centrale resta dunque: quanto è sostenibile questo modello nel medio-lungo periodo?
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